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Il 15 dicembre 1975 in via Pacchiotti era giorno di stipendi e tredicesime per l’azienda in cui lavorava Sanfratello, freddato da un rapinatore
È quasi Natale. Nell’ufficetto della ditta di impianti termoidraulici per cui lavora come autista Antonino Sanfratello si sta smistando il denaro per i pagamenti degli ultimi stipendi e le tredicesime da aggiungere alle buste paga. Otto milioni di lire in contanti di allora, tra i quaranta e i cinquantamila euro di oggi.
È lunedì, 15 dicembre 1975. Antonino, ventotto anni, nato a Palermo, è sposato da poco più di un anno con Cristina. Crescono una figlia di pochi mesi. Sul suo conto è un coro di lusinghe di amici e colleghi: fidato, infaticabile, onesto, disponibile, mai una parola fuori posto.
Durante la pausa pranzo, il titolare passa nella filiale della banca a ritirare il denaro per i dipendenti e lo chiude in un armadio di metallo. La ditta, a metà di via Pacchiotti, borgata Parella, ha una trentina di addetti ma, in quel momento, in sede ce ne sono solo quattro. Due operai stanno aiutando Antonino a caricare dei pezzi di una pompa sul suo camion, l’altro impiegato sbriga faccende in ufficio; arriva una A112 grigia e parcheggia davanti al portone.
Scendono due giovani che, con passo sicuro ma non affrettato, si imbucano nel cortile e puntano dritti verso l’ingresso della ditta: qualcuno deve aver spiegato loro, alla lettera, dove andare e cosa fare, perché l’ingresso non è così visibile e scontato. Il primo rapinatore coglie il collega di Antonino di sorpresa, mentre sta dando le spalle alla soglia. Gli punta la pistola e fornisce le istruzioni salvavita: «Tu girati, mettiti in ginocchio, faccia al muro e non ti muovere. Noi prendiamo i soldi». L’uomo ha il tempo di dare un’occhiata ai rapinatori, ne fornirà una descrizione piuttosto vaga: non avevano passamontagna, solo due paia di grandi occhiali da sole. Quello più vicino a lui, l’armato, era smilzo, sul metro e settanta, capelli scuri, non più di vent’anni.
L’operazione è veloce e pulita: nessuno urla, nessuno spara. I rapinatori hanno anche fortuna: un compagno di Antonino, dal cortile, capisce che c’è qualcosa che non va. Guarda dalla porta a vetri e vede trambusto, un tizio che brandisce qualcosa, sente cassetti sbattuti. Tenta di chiamare le forze dell’ordine dal telefono in cortile ma è più lesto di lui uno dei criminali, che tira su la cornetta — ai tempi le linee erano singole — e stacca la borchia, rendendo le comunicazioni impossibili. I due prendono il borsello col denaro, chiudono nel vano l’impiegato e fanno per tornare all’automobile, dove il terzo uomo li sta aspettando.
Antonino e un compagno, dal fondo del cortile, si lanciano all’inseguimento. Il palo riesce a raccoglierne solo uno e dà gas. Il terzo operaio, recuperato il camion di Antonino, tenta di bloccare il veicolo che in realtà non si è dato alla fuga, sta solo facendo il giro dell’isolato, nella speranza di poter raccogliere il socio rimasto sul marciapiede e inseguito. Purtroppo, il rapinatore appiedato è anche quello armato. Ed è meno veloce di Antonino.
Sanfratello lo raggiunge, lo spintona a terra e sta per bloccarlo; quello mette la mano nel tascone del soprabito e tira il grilletto. Cinque volte. Quattro colpi a segno, tre al petto, uno all’inguine, uno si pianta nel muro della casa. Avrebbe potuto sparare per spaventare, lo ha fatto per ammazzare. Un testimone racconta di aver visto stramazzare Antonino dopo il primo colpo ma il suo assassino ha continuato a fare fuoco, anche mentre era caduto a terra. Voleva essere sicuro che non sopravvivesse.
Il compagno di Antonino è lì, a due passi. Non scappa neppure lui, prova a colpirlo con un bastone, lo manca. Il rapinatore spara ma non riesce a centrarlo. Il palo, frattanto, in quell’inferno di grida disperate e di colpi che rimbombano nella strada, ha la prontezza di aspettare e, alla fine, riesce a tirare dentro l’abitacolo l’assassino e ad allontanarsi. L’auto viene trovata in serata, in via Fogazzaro. Era stata rubata qualche giorno prima. Nel 1975 non si cercava il Dna e dall’ispezione degli interni non risultano impronte né altri elementi utili.
Arriva la squadra mobile con l’ambulanza ma Antonino Sanfratello è già morto. Lo coprono con un lenzuolo davanti all’ingresso della Calor Comfort, l’azienda cui ha dato la vita per resistere a un’ingiustizia, senza pensare al rischio di poter perdere ben più di un giro di stipendi. Chi aveva fornito le informazioni ai due rapinatori scesi dall’auto doveva essere un soggetto legato alla ditta.
Ma nel 1975 le rapine a Torino erano quotidiane: la stessa polizia, già poche ore dopo i fatti, ammette che ci sono indizi troppo ossuti per costruire un’indagine penale. Gente che spara così, a bruciapelo, «sicuramente non è alle prime armi ma saranno pure incensurati; cercarli è come trovare un ago in un pagliaio». Vengono sentite le maestranze, nessuno tradisce alcunché. Altre piste non ci sono, se non quella generica della malavita: ma il mandante non poteva che essere un interno.
Un collega di Antonino, magari. Il caso si spegne come la vita di Sanfratello, in un amen. Prima il sindaco Novelli con una sottoscrizione e la donazione del gettone, poi la Regione con una legge ad hoc stabiliscono si aiuti economicamente, fino alla maggiore età, per la figlia di Antonino in considerazione dell’eroismo del padre. Il giorno dopo la sua morte sarebbe stato il ventinovesimo compleanno di sua moglie. Aveva in mente di portarla a fare acquisti per Natale e regalarle qualcosa, con la paga un po’ più nutrita di dicembre.
Invece ha finito la sua vita con gli occhi sbarrati, sul selciato di via Pacchiotti, per fermare dei disgraziati che portavano via soldi non suoi. Non potendolo fare una condanna, ormai fuori tempo, resta l’onore del ricordo per un giovane cittadino di Torino che ne ha incarnato i valori più sani, fino al sacrificio estremo.
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